STORIA

I passi orobici furono interessati, intorno al 16 a.c., dal passaggio di truppe al comando di Publio Silio, incaricato di punire i Vennoneti che, collegati ai Camuni, avevano compiuto incursioni e saccheggi nella Gallia Romana dando non pochi problemi ai dominatori. Evidenti sono le tracce del dominio romano della zona;  molte parole dialettali sarebbero inoltre di origine latina : “redà” (durare) , “pecc” (poppa) , “pivel” (giovinetto) , “panétt” (fazzoletto) , “bagiul” (arnese di legno per portare assieme due secchi) , “menuzz” (latte e polenta).

Nel quadro complesso delle invasioni barbariche che si riversarono nella piana lombarda prima del mille, interessante appare l’ipotesi fatta sulla terza calata degli Ungari che dallo  Spluga attraversarono la Bassa Valtellina per poi risalire la Valle del Bitto oltrepassando il passo oggi detto di S. Marco.

A partire dal 1210 anche Albaredo si strutturò il Comune e che il potere vi fu gestito da un podestà locale. Quando in Valtellina si ripercossero le lotte accese nei grandi centri lombardi tra Guelfi e Ghibellini, il versante orobico parteggiò in genere per la fazione Ghibellina, mentre su quello retico prevalevano i Guelfi.

La repubblica di Venezia, che tanta importanza ebbe per le valli del Bitto, entrò nelle complesse vicende politiche per il controllo delle strade valtellinesi all’inizio del 1400. Le truppe della Serenissima scesero lungo la valle di Albaredo, operarono nel 1432 una vera e propria incursione ai danni del Ducato di Milano e furono duramente sconfitte. Ma il progetto di intervento in Valtellina non fu per questo abbandonato dalla città veneta che continuò le incursioni, sempre attraverso il passo poi detto di S. Marco, finché la Signoria milanese passò dai Visconti a Francesco Sforza nel 1450. Sotto il dominio sforzesco la presenza veneziana, specie per quanto concerneva lo sviluppo di traffici e il passaggio delle merci, era ormai un fatto acquisito in tutto il terziere inferiore e lo stesso Ducato Milanese pur controllandone l’influsso politico e le tendenze espansive, non ne sottovalutò i vantaggi economici e lo stimolo dello sviluppo dei transiti. Evidente è l\’impulso che ne venne alla Valle del Bitto di Albaredo, che rompeva così il proprio parziale isolamento per assumere un nuovo ruolo che si potenziò ulteriormente quando, nel 1512, dopo un lungo periodo di invasioni e di guerre funestato anche da una tremenda epidemia di peste tra il 1478 e il 1480, il potere in Valtellina e Valchiavenna fu conquistato dalle Leghe Grigie. Per due secoli e mezzo circa del loro dominio sulle nostre valli, il Podestà di Bergamo Alvise Priuli, iniziò la costruzione della strada per il valico di S. Marco proprio nel 1592, con il benestare e il favore quindi delle Leghe che in tale periodo avevano consolidato e confermato il proprio possesso della Valtellina. Il Passo San Marco fu anche la porta d’accesso nei Grigioni per molti fautori della confessione religiosa protestante che raggiungevano il territorio delle Tre Leghe in cui era presente la libertà religiosa.

Il 14 febbraio 1543, il consiglio generale degli uomini di Albaredo, adottò gli “Ordini del comune” che sono uno statuto vero e proprio. La costruzione nel 1592 della cosiddetta “Via Priula” già accennata, cambiò profondamente le condizioni di vita delle popolazioni della Valle del Bitto e ne fanno fede le notizie contenute in un rapporto segreto stilato nel 1604 con riferimento ai traffici tra l’agosto e il maggio di quell’anno. “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro – occidentale e 784 in direzione inversa attraverso il passo di S. Marco …”. E’ del primo seicento un brano anonimo che cosí descrive gli uomini delle Valli del Bitto : ” …E’ bella gente ,sono uomini grandi, fanno macellari o siano luganegari, bellissimi di statura, diritti e buoni per le armi et ancora huomini reali e da bene ; ne vanno assai ancora a Bologna, Ferrara, Mantova …”. Vi è qui, oltre alla lode convinta, anche una testimonianza di emigrazione che, se conferma una situazione economica difficile delle due vallate, dà nello stesso tempo alle comunità locali una apertura al nuovo, una dimensione di vita e di cultura ben piú ampia di quella comune a molte popolazioni valtellinesi che si chiudono fisicamente nella cerchia delle montagne e culturalmente in quella del localismo e del costume tradizionale.

La principale terra di emigrazione fu la Toscana. Non sappiamo come perché gli abitanti del paese approdarono a Livorno, ma è certo che dal Seicento a metà Ottocento, essi esercitarono nel porto toscano l’attività di facchini e di scaricatori aderendo alla “Compagnia dei facchini voltolini e bergamaschi”, fondata all’inizio del seicento. Se non bastassero le testimonianze dei Del Nero e dei Mazzoni, ancora diffusi nel Livornese, basta visitare l’altar maggiore della chiesa del paese dedicata a S. Rocco: qui una statua lignea della Madonna del Montenero (il luogo è vicino a Livorno e vi è un santuario un tempo frequentatissimo) fu portata a piedi dagli emigranti fin dalle rive del tirreno nel 1752. Ed è sempre ai “livornesi” che si devono nella stessa chiesa gli altari laterali, la balaustra, la cantoria dell’organo. Non si hanno altri documenti sull’emigrazione da Albaredo alla Toscana in periodo di dominio retico, ma certamente essa deve aver avuto luogo con continuità fino al dominio napoleonico. Da un documento compilato da certo Melchiorre Gioia sulla situazione del Dipartimento dell’Adda si spiega questo brano:

” …Per antico privilegio la terra di Albaredo ha 12 posti nell’imperiale dogana di Livorno e perciò 12 individui di Albaredo ci restano costantemente a fare i facchini, scambiandosi ogni due o tre anni …” .

Il 10 ottobre 1797, in seguito a reiterate richieste dei Delegati di Valle a Napoleone, il territorio dell’Adda e del Mera, entrò a far parte della Repubblica Cisalpina. Le guerre napoleoniche furono pagate con inaudite pressioni fiscali che dissanguarono i bilanci dei Comuni e della provincia.

Quando il Congresso di Vienna assegnò, il 22 aprile 1815, il nostro territorio al Lombardo – Veneto, i Grigioni protestarono, ma invano, sostenuti soltanto dalla contea di Bormio. Gli Austriaci, questo va detto, fecero il possibile per recuperare la situazione economica disastrosa in cui versavano i Comuni locali e, pur nell’ambito di una serie di provvedimenti illuminati che la storia ha rivalutato, emanarono tuttavia una legge con conseguenze disastrose : quella che ingiungeva ai Comuni di mettere in vendita, per risanare i bilanci, i propri beni che furono alienati, benché per secoli fossero stati mantenuti intatti da uno statuto di Como nel 1335 che ne proibiva la vendita, e comunque l’alienazione.

Albaredo agí con grande saggezza: invece di vendere ai singoli, cosa questa che avrebbe provocato un frazionamento ingestibile e dannosissimo del patrimonio comunale, costituí un consorzio tra tutti i capi famiglia locali con la finalità di acquisire una parte consistente dei terreni messi all’asta mantenendoli indivisi e soprattutto produttivi e in qualche modo amministrabile.

All’avvento del Regno d’Italia, nel 1861, si potevano censire ad Albaredo 358 abitanti, mentre il paese contava circa 70 case. La povertà dell’economia di montagna e il richiamo alle attività lavorative del fondovalle aveva già provocato nel secolo precedente la discesa al piano di alcuni gruppi familiari. In questo periodo la metà della grande maggioranza degli emigranti locali era l’America, in particolare in California, anche se si registra qualche scelta per la lontanissima e ancora piú sconosciuta terra d’Australia.

Difficile è descrivere, forse piú facile intuire, il dramma di questa gente profondamente legata alla sua terra e alle sue cose e tuttavia costretta ad affrontare per la sopravvivenza delle famiglie, una vita e un ambiente tanto diversi dal proprio.

Il 28 giugno 1863, Vittorio Emanuele II autorizza il comune di Albaredo ad assumere la denominazione di Albaredo per San Marco, giusta la delibera di quel Consiglio comunale in data 26 dicembre 1862. È certo qualcosa, forse le rimesse di emigranti, forse per una parziale rinascita dell’economia locale, cambia in meglio se in paese nel 1881 si registrano ben 468 persone che arriveranno al massimo a 640 nel 1966.